di Federico Cenci - 18/04/2012
A partire dall’anno accademico 2014-2015 al Politecnico di Milano si terranno solo corsi in lingua inglese. Il rettore
Giovanni Azzone spiega che la scelta è votata ad offrire “un’apertura
culturale internazionale, perché un ragazzo che si affaccia sul mondo
del lavoro deve abituarsi a lavorare in contesti internazionali”. La
notizia è passata un po’ sottotraccia, nessuna polemica né dibattiti.
Segno che il nostro Paese già si trova in una fase di
cambiamento radicale, tale da rendere non particolarmente clamorosa -
alle orecchie dell’opinione pubblica - una notizia così singolare.
Evidentemente gli italiani caldeggiano questa presunta necessità,
evocata dal professor Azzone, di “aprirsi ad una cultura
internazionale”, a costo addirittura di rinunciare alla propria. Già,
perché una così palese bocciatura della nostra lingua da parte di uno
dei più prestigiosi atenei del Paese rappresenta una disastrosa
retrocessione della cultura italiana. Se in casa propria la lingua
madre viene ritenuta inadatta alla formazione della futura classe
dirigente, si nega la capacità della nostra cultura di rispondere alle
nuove esigenze globali. Sradicare l’italiano dai corsi universitari di
materie tecnico-scientifiche significa considerare la nostra forma
mentis - dalla quale nasce il modo di comunicare, il linguaggio
- un ostacolo all’apprendimento di nozioni oggi determinanti le
dinamiche economiche e politiche...
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